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URBAN CALLIGRAPHY

In her first-ever solo exhibition in Rome, nomadic young German photographer Nadine Ethner uncovers the urban textures of Berlin, Mumbai, Osaka and Istanbul. Seen through the lens of her Rolleiflex, these cities transform into geographical locations and mysterious maps with lost identities. In doing so, she changes photography from an instrument for recording reality to one that can abstract a vision of a city. 

The physical substance of Mumbai, Osaka and Istanbul, with their markets, squares, mosques and throngs of people, is captured in the vibrancy of a few characteristic signs, suggesting another level of interpretation for the series. Ethner uses photography to reconstruct the extraordinary features of each place so that they take on the shape of a new vision composed of linear networks and bright loops of light. In a sense, the artist is attempting to record a retrieval of the soul of the city, remaining fully aware of the speed and unruliness of urban development — the two forces that have quickly led to the loss of both its unique, enduring signs and its identity. What remains of those strong spiritual cultures that brought people and nature together in a single entity? 

The fascination with difference and the allure of the Orient as a spiritual place beyond the physical world flow quietly through Nadine Ethner′s photographs. She endeavors to bring out the genius loci solely by reprocuring the richness of the original substance, which is gradually vanishing from the present day. And then there is the shrewd alter ego of the photographs — the copper plate, whose etched, engraved surface, treated with ammonia and silver, lets through a striking evocation of a national character that has long since disappeared. 

A camera can take a picture very quickly, but preparing a copper plate is a long, drawn-out affair. This age-old craft diverges radically from the photographic technology employed; metal is a difficult material to work with, requiring a great deal of training and stamina so that the artist, like an alchemist, can transform the material and bring forth her idea. Here the slow pace of the ancient world contrasts sharply with the fast pace of the modern world. The signs in her photographs become traces of little-known paths in her plates, with text, hieroglyphs, plants and spots creating new urban calligraphy that is most easily perceived by those with a patient gaze and an openness to subtle changes. Our eyes move across the plates uninterrupted, continuously discovering new keys with which to unlock the code. It is interesting to note that Berlin is the only European city represented here — as if Ethner intended to emphasize the place where her wanderings began and underline her need to return. 

This distinction manifests itself in the signs she has chosen to represent. Yet it is no longer urban text that becomes the signs, but light that transforms into abstract lines that re-identify the city. By placing the large-format photographs alongside zinc plates that have been treated with photographic emulsion, the artist creates an ingenious synthesis of two distinct techniques. The processed images on the plates further accentuate her personal interpretation of a way of seeing that is on its way to extinction, as seen in the photos of Mumbai, Istanbul and Osaka. Etched, engraved and humbled by acid, the material opens up new pathways that are no longer urban, but observers of a new world that has yet to become reality. 

Tiziana Musi

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Nomade per scelta, Nadine Ethner, giovane fotografa tedesca alla sua prima personale, esplora le trame urbane di Berlino, Mumbai, Osaka, Istambul, che si trasformano tramite l’obbiettivo di una Rolleiflex 6 x 6, in luoghi non solo geografici, ma in cartografie misteriose di identità perdute. La fotografia diventa così uno strumento con il quale configurare, non tanto una rappresentazione del realtà, quanto un processo di astrazione della visione della città: i corpi fisici di Mumbai, Osaka e Istambul con le loro piazze, mercati, moschee, con le folle formicolanti sono colti tramite la vibrazione di alcuni segni caratterizzanti che suggeriscono un diverso livello di lettura della mappa. Nadine ricostruisce con la fotografia lo stra-ordinario di ogni luogo, che assume così i contorni di una visione trasfigurata costruita tramite reticoli lineari e fasci luminosi. In un certo senso l’artista opera su un registro di recupero dell’anima della città, consapevole di come l’accelerato e incontrollato sviluppo urbano abbia provocato una perdita rapidissima di quei segni unici e irriducibili delle loro identità. 

Cosa ci rimane oggi di quelle culture impregnate di una tale forza spirituale, da coinvolgere uomo e natura in una sola entità? Il fascino dell’altro, la seduzione di un Oriente come luogo mentale oltre che fisico trapela dalle fotografie di Nadine Ethner, la quale cerca di far riemergere il genius loci proprio attraverso un recupero spirituale della ricchezza materiale originaria, che sta ora via via scomparendo. Ed ecco allora apparire le lastre di rame, raffinato raddoppiamento della fotografia, dove il segno inciso, graffiato, trattato con acido nitrico o nitrato di argento lascia trapelare la suggestione pittorica di una naturalità ormai scomparsa. 

Al tempo rapidissimo dello scatto fotografico si contrappone il tempo dilatato della manipolazione della lastra di rame. All’utilizzo della tecnologia (la macchina fotografica) si contrappone il recupero della manualità che si confronta con una materia dura e ostile come il metallo, dove il lavoro di appropriazione e manipolazione necessita di tempi lunghi e faticosi, effettiva esaltazione del lavoro alchemico dell’artista, come trasformatore della materia: alla velocità del moderno si oppone la lentezza dell’antico. I segni delle fotografie diventano così nelle lastre tracce di altri percorsi poco conosciuti: la scrittura, i geroglifici, i decori vegetali, le macchie segnano nuove calligrafie urbane, che necessitano di un tempo di visione lento e mutevole. Di fronte alle lastre il nostro sguardo si muove continuamente e continuamente scopre nuove chiavi di lettura. È interessante notare come l’unica città europea rappresentata sia Berlino: è come se Nadine avesse voluto ribadire con forza l’origine del suo nomadismo, ma anche il necessario punto di ritorno. 

E questa differenziazione è manifesta nella scelta dei segni da rappresentare: non è piè la grafia urbana a diventare segno, ma la luce a trasformarsi come linea di riconoscimento astratto della città. Accanto alle fotografie di grandi dimensioni sono presenti anche lastre di zinco in bianco e nero trattate con emulsione fotografica, con le quali l’artista perviene ad un’originale sintesi di tecniche diverse: la fotografia rielaborata sulla lastra accentua ancora di pià il proprio tratto di evanescente visionarietà, che avevamo già visto nelle foto di Mumbai, Istambul, e Osaka. E così la materia scalfita, incisa, decantata dagli acidi suggerisce percorsi non più urbani ma di una possibile, nuova naturalità. 

Tiziana Musi